C’erano poche luci dentro il locale… Piccoli fasci direzionali qua e là e che solo in alcuni momenti permettevano di scorgere i lineamenti sul viso delle persone. Era azzurra, quasi blu, con uno strano taglio del collo e le maniche corte. Era carina quella maglietta che si muoveva tra mille altre magliette.
Spostando lo sguardo verso l’alto non riuscì a vedere con chiarezza ogni dettaglio ma ricordo molto bene il tuo sorriso… e i tuoi occhi.
Ci siamo incrociati solo per pochi istanti. Ripetutamente.
In momenti tipo questi o si è fuori o si è dentro. Io ero a metà.
Sentivo di voler incontrare il tuo sguardo ogni volta che lo perdevo. Volevo rivedere quel sorriso, volevo rivederlo per me.
Non capivo se potevo avvicinarmi o no a te e a quel sorriso. Eri lì, vicino al mio corpo che quasi non riusciva a muoversi, in un locale pieno di gente, di gioia, di libertà.
Di solito non passo molto tempo a capire le persone, preferisco attaccare e poi avere tutto il tempo per farlo dopo.
I lunghi silenzi e le timidezze sono belle quando ci si è già concessi. Prima sono inutili perché non ne assapori la genuinità.
E’ stato più difficile del solito decidere di avvicinarmi. Esattamente non conoscevo il motivo di quell’imbarazzo… forse stavo rischiando. E questo mi piaceva molto.
Forse non avrei sopportato il rifiuto da un sorriso. Succede sempre di chiedersi mille volte quale sarà il momento giusto per avvicinarsi.
Un po’ come il primo bagno della stagione estiva. L’idea è emozionante… ma l’acqua sembra fredda. Sempre. Allora cammini per minuti che sembrano essere infiniti sul bagnasciuga. Ti dici che al prossimo testacoda sarai in acqua a nuotare. Ma poi rimandi e rimandi e rimandi ancora. Fin quando… dopo l’ennesimo discorso che non porterà di certo a convincerti che l’acqua è calda… sei già con le ginocchia che scalpitano verso il mare aperto.
Nel pieno della gioia notturna, di decine di persone che si scatenavano tra i nostri corpi, le mie ginocchia hanno cominciato a correre.. senza che nemmeno me ne fossi reso conto. Quando ho chiesto di poterti parlare mi hai sorriso. Mi hai regalato il primo sorriso di quella notte. Siamo scappati via da quella musica che faceva muovere ogni cosa e come due bambini correvamo tra le onde che bagnavano i nostri corpi. Hai cercato un angolo più silenzioso, più riparato e quasi intimo nella sua completa apertura. Parlarti, odorarti, leggere le tue labbra, i tuoi occhi.
Non importava cosa ci stessimo dicendo. Eravamo soli, nel rumore silenzioso di un mare inquieto. Eravamo io e te in un angolo di mondo. Il bacio, inaspettato, forse troppo atteso. Intenso, pieno di passione. Un abbraccio lungo come un giorno di sole nel deserto.
Siamo corsi verso casa. Tra vicoli bui ed altri pieni di luce, i tuoi baci riversati tra un angolo e l’altro.
Nel tragitto verso l’albergo giocavi dietro di me, una passione che andava oltre il semplice sesso e che mi attraversava la schiena fino a farmi tremare le gambe. Sentivo che mi volevi, che mi chiedevi di lasciarmi andare. Io correvo… non riuscivo ad aspettare. La porta si è chiusa ed è cominciato un racconto. Mani su di noi, fiati sospesi, sguardi intensi e sorrisi pieni di passione.
Ho amato per un attimo la tua comprensione. Forse voluta, forse sentita o forse solo di cortesia. Ma eri li, e c’eri col sorriso di chi vuole rendere tutto il più bello possibile. Avrei voluto abbracciarti dopo aver fatto l’amore. Volevo riscaldarmi tra il tuo corpo. Rimpiango di non averlo fatto e di aver reso tutto così freddo anche se cercavi di negarlo.
Avevi occhi stanchi, stanchi di studenti pieni di tempo libero. Io ero stanco di trentenni alla continua ricerca di spazio per se stessi. Eppure sentivo che qualcosa si incastrava.
Mentre i nostri corpi si annusavano notavo i tuoi difetti e mi piacevano più dell’immaginazione che viaggiava sotto la tua maglietta blu acceso.
Tornando verso casa tu mi hai baciato sulla porta, ricordandomi ancora una volta quanto fossi dolce per te. Volevo dire qualcosa per ringraziarti di quel momento e quando, al momento del saluto, volevo chiederti di esserci ancora in quella bella avventura il tempo mi ha prevalso ed ha soffocato la mia temperanza.
Sei andato via e nell’averti lasciato alle spalle senza nemmeno averti sorriso come avrei voluto ho capito che avevi mosso qualcosa di forte dentro di me. Qualcosa che apparteneva solo a me e non a noi.
Ma eri riuscito a far rinascere qualche certezza che poi così tanto certa non era. La sensazione di essere ancora vivo in ogni cellula del mio corpo. Ora, sul divano del locale in cui ho incontrato il tuo sorriso, ti aspetto… con la consapevolezza che rimarrai il bel sogno di una notte e che terrò dentro di me.
Per te, F. Perché nel caos del rumore e nella pace dei sorrisi non ho ancora imparato il tuo nome.





