Il primo sorriso

C’erano poche luci dentro il locale… Piccoli fasci direzionali qua e là e che solo in alcuni momenti permettevano di scorgere i lineamenti sul viso delle persone. Era azzurra, quasi blu, con uno strano taglio del collo e le maniche corte. Era carina quella maglietta che si muoveva tra mille altre magliette.

Spostando lo sguardo verso l’alto non riuscì a vedere con chiarezza ogni dettaglio ma ricordo molto bene il tuo sorriso… e i tuoi occhi.
Ci siamo incrociati solo per pochi istanti. Ripetutamente.
In momenti tipo questi o si è fuori o si è dentro. Io ero a metà.

Sentivo di voler incontrare il tuo sguardo ogni volta che lo perdevo. Volevo rivedere quel sorriso, volevo rivederlo per me.
Non capivo se potevo avvicinarmi o no a te e a quel sorriso. Eri lì, vicino al mio corpo che quasi non riusciva a muoversi, in un locale pieno di gente, di gioia, di libertà.

Di solito non passo molto tempo a capire le persone, preferisco attaccare e poi avere tutto il tempo per farlo dopo.
I lunghi silenzi e le timidezze sono belle quando ci si è già concessi. Prima sono inutili perché non ne assapori la genuinità.
E’ stato più difficile del solito decidere di avvicinarmi. Esattamente non conoscevo il motivo di quell’imbarazzo… forse stavo rischiando. E questo mi piaceva molto.
Forse non avrei sopportato il rifiuto da un sorriso. Succede sempre di chiedersi mille volte quale sarà il momento giusto per avvicinarsi.
Un po’ come il primo bagno della stagione estiva. L’idea è emozionante… ma l’acqua sembra fredda. Sempre. Allora cammini per minuti che sembrano essere infiniti sul bagnasciuga. Ti dici che al prossimo testacoda sarai in acqua a nuotare. Ma poi rimandi e rimandi e rimandi ancora. Fin quando… dopo l’ennesimo discorso che non porterà di certo a convincerti che l’acqua è calda… sei già con le ginocchia che scalpitano verso il mare aperto.
Nel pieno della gioia notturna, di decine di persone che si scatenavano tra i nostri corpi, le mie ginocchia hanno cominciato a correre.. senza che nemmeno me ne fossi reso conto. Quando ho chiesto di poterti parlare mi hai sorriso. Mi hai regalato il primo sorriso di quella notte. Siamo scappati via da quella musica che faceva muovere ogni cosa e come due bambini correvamo tra le onde che bagnavano i nostri corpi. Hai cercato un angolo più silenzioso, più riparato e quasi intimo nella sua completa apertura. Parlarti, odorarti, leggere le tue labbra, i tuoi occhi.

Non importava cosa ci stessimo dicendo. Eravamo soli, nel rumore silenzioso di un mare inquieto. Eravamo io e te in un angolo di mondo. Il bacio, inaspettato, forse troppo atteso. Intenso, pieno di passione. Un abbraccio lungo come un giorno di sole nel deserto.
Siamo corsi verso casa. Tra vicoli bui ed altri pieni di luce, i tuoi baci riversati tra un angolo e l’altro.
Nel tragitto verso l’albergo giocavi dietro di me, una passione che andava oltre il semplice sesso e che mi attraversava la schiena fino a farmi tremare le gambe. Sentivo che mi volevi, che mi chiedevi di lasciarmi andare. Io correvo… non riuscivo ad aspettare. La porta si è chiusa ed è cominciato un racconto. Mani su di noi, fiati sospesi, sguardi intensi e sorrisi pieni di passione.
Ho amato per un attimo la tua comprensione. Forse voluta, forse sentita o forse solo di cortesia. Ma eri li, e c’eri col sorriso di chi vuole rendere tutto il più bello possibile.  Avrei voluto abbracciarti dopo aver fatto l’amore. Volevo riscaldarmi tra il tuo corpo. Rimpiango di non averlo fatto e di aver reso tutto così freddo anche se cercavi di negarlo.
Avevi occhi stanchi, stanchi di studenti pieni di tempo libero. Io ero stanco di trentenni alla continua ricerca di spazio per se stessi. Eppure sentivo che qualcosa si incastrava.
Mentre i nostri corpi si annusavano notavo i tuoi difetti e mi piacevano più dell’immaginazione che viaggiava sotto la tua maglietta blu acceso.
Tornando verso casa tu mi hai baciato sulla porta, ricordandomi ancora una volta quanto fossi dolce per te. Volevo dire qualcosa per ringraziarti di quel momento e quando, al momento del saluto, volevo chiederti di esserci ancora in quella bella avventura il tempo mi ha prevalso ed ha soffocato la mia temperanza.
Sei andato  via e nell’averti lasciato alle spalle senza nemmeno averti sorriso come avrei voluto ho capito che avevi mosso qualcosa di forte dentro di me. Qualcosa che apparteneva solo a me e non a noi.
Ma eri riuscito a far rinascere qualche certezza che poi così tanto certa non era. La sensazione di essere ancora vivo in ogni cellula del mio corpo. Ora, sul divano del locale in cui ho incontrato il tuo sorriso, ti aspetto… con la consapevolezza che rimarrai il bel sogno di una notte e che terrò dentro di me.

Per te, F. Perché nel caos del rumore e nella pace dei sorrisi non ho ancora imparato il tuo nome.

 

Kalimera

Kalimera

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Fuori Tempo

Vedi, vuoi. Tocchi, realizzi. Respiri, trattieni. Ascolti, viaggi. Senti.
Non vedi, vuoi. Non tocchi, immagini. Respiri, lo spezzi. Ascolti, il silenzio. Senti.
Pensi e sei fermo. Senti e ti sollevi. Senti e tremi. Senti e piangi. Senti e sorridi. Pensi e Senti. Senti e Senti.
Ogni verbo è un’azione.
Ogni azione è tempo.
Ogni frammento di tempo è dedicato.
Ogni frammento di tempo dedicato è tempo che levo a me stesso.
Ogni cosa che tolgo a me stesso ha un valore immenso.
Ogni cosa che ha valore immenso va rispettata.
Ogni cosa che va rispettata è fatta di valori.
Ogni cosa che ha valore è fatta con amore e passione.
Ogni cosa che è fatta con amore e passione, va ricambiata con amore e passione.
Ogni cosa che va ricambiata con amore e passione va sentita.
Ogni cosa che va ricambiata con amore e passione va sentita, regalata e non dovuta.
Ogni cosa che va regalata è parte di generosità.
Ogni cosa che è parte di generosità, è parte di un “noi”.
Ogni cosa che è parte di un “noi” ha bisogno di complicità.
Ogni cosa che ha bisogno di complicità, ha bisogno di passi.
Ogni passo del “noi” ha bisogno di una mano.
Quando la mano non c’è, Senti.
Quando Senti che la mano non c’è dedichi tempo.
Quando dedichi tempo a sentire che una mano non c’è, dedichi tempo a qualcosa che non rispetta il tuo tempo.
Quando qualcosa o qualcuno non rispetta il tuo tempo, Senti.
Quando lo Senti, vorresti smettere di Sentire.

Mano nella mano

Mano nella mano

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Il tempo che non merita

Tutto comincia quando decidi di buttare al cesso quello che hai dato per scontato per anni.
Esattamente nel momento in cui lo fai, pensi di aver lasciato qualcosa che forse ti apparteneva meno di quanto fin ora avessi pensato.
Il momento dopo sei su una pagina web, con una sigaretta in mano e ti chiedi perchè non riesci a dormire.

Forse perchè cerchi un tuo posto in quel mondo nuovo che hai scelto. Scegli le persone che fanno parte di quel mondo e il modo che hanno di relazionarsi con te.
Il momento dopo invece resetti nuovamente tutto e ti rendi conte invece che sono quelle persone e quelle circostanze che decidono per te.
In questo eterno bivio vige sempre la stessa regola/domanda

E’ meglio scegliere o essere scelti?
C’è chi vive se stesso con la consapevolezza di essere scelto a priori
C’è invece chi vive lottando quotidianamente per essere scelto… ma da chi poi?
C’è ancora chi vive con la consapevolezza che non sarà scelto ma che sarà egli stesso a scegliere.
C’è infine chi fa finta di essere scelto ma in realtà sceglie solo se stesso.

Il tempo è una cosa così preziosa con la quale le persone credono di poter giocare.
Si gioca con il tempo delle persone e lo si usa come se fosse proprio.
Non è più importante quindi dare valore al tempo delle persone… ma dare valore a se stessi perchè si sta usando il tempo di altri.
E qui vincono i più forti, quelli che quando non hanno più il tuo tempo, prendono quello di quello che verrà dopo. E quello che verrà dopo avrà quel bonus di tempo che potrà regalare senza sapere però che anche lui avrà una scadenza, a meno che non ci sia qualcuno che sappia dare valore a quel tempo.

Purtroppo il tempo delle rose alle quali dedicare tempo è un imperfetto che non torna mai presente.
Le rose ormai sono tornate le classiche e inimitabili vittime della stagione. Sbocciano, si aprono e succhiano tutto quello che possono.
Si mostrano nella loro bellezza e nella loro semplicità. A volte si lasciano accarezzare ed odorare.
Ma quanti di noi odorano ancora le rose?
Poi cascano i petali e non ce ne curiamo, perchè sappiamo che quella non è una debolezza…. ma l’inizio della sua fine.

Ascoltare una persona col pregiudizio del suo posizionamento, vuol dire non ascoltarla.
Vivere un suo sorriso con la catalogazione a priori di esso vuol dire non saperlo assaporare.
Ci sono i difensori del “non giudizio” che sparano a raffica l’attacco a chi si permette di farlo. Ma il giudizio del giudizio, è comunque un giudizio.
E chi giudica un giudizio o una persona che giudica è meno flessibile di chi invece alla luce del sole giudica senza avere paura di classificare, perchè il momento dopo saggiamente sa riproporsi con un nuovo giudizio.

E dopo un anno di giudizi, di notti insonni, di attenzioni perse o mai ricevute ti chiedi a cosa è servito tutto.
Se di tante persone nessuna è in grado di vederti o nessuna è in grado di valorizzarti o semplicemente nessuna ti entra dentro come vorresti… cosa ci fai ancora lì ad aspettare?

Aspetti che qualcuno si renda conto di te. E quando succederà prenderà solo il peggio di te perchè nel frattempo non vivi in maniera rilassata quella rivelazione.
Vince l’individuo che sa farsi desiderare ed amare. Perde quello più debole che racchiude solo tanta voglia di condividere.
La lotta alla sopravvivenza si racchiude forse in un concetto più semplice.
Non accontentarti di chi si accontenta di te ma prendi con entusiasmo solo chi ti vive con entiusiasmo.
Il resto ha tempo da usare, il suo, quello degli altri.
Il tuo tempo tienilo per te, prima o poi qualcuno saprà usarlo come merita.

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Prima o poi o forse mai!

Tento di vedermi
Tento di sentirmi
Tento di guardarmi
Rimane l’insoddisfazione di quella parte che non completa.

Sento che ho colpe
Sento che vivo male
Sento che le mie ragioni sono solo inutili capricci
Rimango a terra e smetto di volare

Cerco un contatto
Cerco un tocco
Cerco un’attenzione
Resto assetato di qualcosa che non mi sazia come vorrei

Riscrivo parte di me
Disegno cose nuove
Racconto cosa ero
I sorrisi ricambiano solo sorrisi

Provo a reinventare
Provo a costruire
Provo a parlare
Mi sento sciocco e incompreso

Traspaio debolezza
Traspaio lacrime
Traspaio insicurezza
Ricevo un cuore guidato da una testa

Esprimo amore
Esprimo gioia
Esprimo voglia di complicità
Torna un’immagine identica che rimane inanimata

Mi chiedo che voglio
Mi chiedo che do
Mi chiedi cos’ho

So solo che so amare come pochi sanno farlo

Rimango immobile
Rimango inerme
Rimango in apnea
Aspetto che quelle urla d’amore vengano placate

Mi sento piu grande
Mi sento più forte
Mi sento più vero
Ma non riesco a realizzarlo

So cosa fare
So come fare
So quando fare
Ma mi chiedo perchè ancora non l’ho fatto

Condivido me stesso
Condivido quello che ho
Condivido quello che vorrei
Ma nessuno sa davvero condividere

Respiro
Chiudo gli occhi
Mi sento cadere nella pesantezza dei pensieri
Non combatto, andranno via solo quando qualcosa li placherà
Non posso allontanare il cuore con la mente
Ma posso ascoltarmi e sentirmi
E posso amarmi

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Paura di dimenticare

AAAhhh… che palle queste buche!
Piiiiiiii…. spostati cretino!
OH… che bello!
Mmmmm… quanto è tardi… cavolo!
Pronto?? Si si arrivo… sono nel traffico… è??? non ti sento!! Si si … 5 minuti e sono li… ciaaaoo!
Non avevo mai visto quella chiesa, che strano… ci passo tutti i giorni qui.

Che notte meravigliosa quella. Ero sul tetto di un palazzo… in centro. Era settembre. A Roma faceva caldo ma la sera scendeva quella brina piacevole che ti rinfresca e a tratti ti infreddolisce a tal punto da provare piacere in un abbraccio lungo.

“Ma è tutto sporco qui… non ci possiamo allungare”.

“Marco dai…  poi ci laviamo”.

Il colosseo, l’altare della patria, il gasometro, il pincio, il tevere illuminati di caldo.

“Hai visto quante stelle?”
“Ascolta… qui comincia a farsi più forte, gli accordi sono più corposi e tra note gravi spuntano alcune più acute e sottili”

I brividi mi attraversavano la pancia poi il petto fino alle spalle…

“Mi abbracci?”

“Certo piccolino.. hai freddo?”

Non avevo freddo… avevo solo paura che quelle emozioni scappassero via.

“Ti posso fare una domanda?”
“Certo”
“Qual’è la cosa di cui hai più paura?”
“Che una parte di me non ci sia più”
“Quale parte? Hai paura di non emozionarti?”
“No… “

Non sapevo esattamente quale parte di me non avrei voluto perdere.

“Ti sto stringendo troppo?”
“No, stringimi più forte”

A settembre a Roma gli odori sono sempre forti. Forse perchè è molto umida.
Sentivo odore di menta, la signora del balcone di sotto ne aveva vasi pieni. Ricordo di quella volta in cui passeggiando dentro villa Borghese raccolsi tutte le foglie più belle che trovavo a terra. Alcune erano Marroni, altre gialle, rosse… altre ancora avevano tanto da vivere… ma il vento aveva deciso che dovevano cadere. Dovevano essere perfette, pulite, grandi e piccole purchè fossero integre. Tornando a casa comprai delle candele… ricreare un bosco caldo e asciutto dentro una stanza fu la scenografia di una notte di passione che non dimenticherò mai.
Si soprattutto perchè quando stanchi d’amarci ci sdraiammo sul letto ancora nudi e ci addormentammo. Di solito mi svegliavano i baci dolci, o il suo vestirmi con dolcezza per mettermi il pigiama. eh no… quella volta mi svegliò un mucchio di foglie che stavano prendendo fuoco.

Non smettevamo di ridere, e quando spegnemmo le foglie fumanti cominciammo a farci il solletico sul letto, implorandoci di smettere. Ma smettere di farlo senza che ne sentissimo realmente il bisogno era troppo meno bello che continuare a vederci ridere.
In quel momento mi sono accorto di quanto fosse ancora più nascosto l’amore, oltre la passione, la presenza, la certezza.
Ci addormentammo nudi… avvolti l’un con l’altro.

“Piccolo?? Piccolo svegliati”
“Che ore sono?”
“Le 4, ci siamo addormentati con la tua musica”
“Ho paura di dimenticare”
“Di cosa? di cosa parli?”
“Ho paura di dimenticare quei momenti in cui ho sentito quello di cui sono fatto”
“E di cosa sei fatto?”
“Di tante cose che non sapevo che esistessero e delle quali non posso più fare a meno”
“Andiamo a dormire? magari nel lettino comodi e caldi”

Non avevo voglia di dormire… avevo paura di non sognare ancora. In quel momento avevo bisogno di sentirmi.

“Ti dispiace se torno a casa?”
“No piccolo, ma è tutto a posto?”
“Si…tutto bene”

In un attimo capii l’importanza della libertà di correre. Il mio motorino aveva la capacità di accontentarmi perchè non mi ha mai abbandonato quando ho preteso di correre.

Sapevo dove volevo andare, non era difficile chiedermelo.
Parcheggiai il più vicino possibile. Era notte fonda. Cominciai a camminare tra il Colosseo e i fori. Di notte la Roma antica rivendica tutta la sua integrità, le luci calde la rendono ancora più meravigliosa.
Che passaggio bellissimo, Yann Tiersen è veramente incredibile.
Mi piace molto costruire immagini che scorrono sulle note di musica pericolosa. Il pianoforte ha quella particolarità di emozioni sempre contrapposte. Passi dalla gioia alla tristezza senza renderti conto di averlo fatto.

Mi siedo su quel muretto, in realtà era la sommità di un arco in stile gotico costruito nel 1400.
Mi piaceva molto allungarmi li perchè era leggermente scosceso verso quel che resta di quella città meravigliosa in cui tutti avremmo voluto vivere.
La musica continuava ad emozionarmi e i miei occhi un pò alla volta si bagnavano di ricordi.
Poco più lontano da li… in una stradina nascosta, che conobbi anni prima, lasciavo il ricordo di quella parte di me che ancora non avevo conociuto fino a qualche tempo prima.
Un viso umido e gli occhi chiusi, le mani calde attorno al mio collo un bacio, un addio.

Non volevo dimenticare nemmeno quello. E quando cercai di tener vivo quel momento mi addormentai tra le braccia di questa città, la mia città, la ninna nanna era solo un pretesto per continuare a ricordare e le immagini che ne vennero fuori mi accompagnarono fino alla nostro risveglio.

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Buongiorno amore mio

Marcoooooo??? svegliati che fai tardi a scuola…. Marcoooo???

FUN… le lenzuola mi volarono di colpo via dal corpicino rannicchiato in cerca di calore.

La casa dei miei genitori è sempre stata freddissima… per fortuna che almeno d’estate si sta bene, ma quella… era una di quelle mattine in cui inventeresti ogni cosa pur di non andare a scuola e rimanere nel letto.

Marcoooooooo?? ma ancora stai dormendo? Ti vuoi alzare dal letto?

Incredibilmente riuscivo a trovare qualcosa che fosse in grado di coprirmi… il cuscino era diventato di colpo il mio piccolo nido. Sapere che mi stesse coprendo le gambe e parte della pancia mi faceva sentire protetto.

Non ho mai avuto un risveglio sorridente, i miei genitori non hanno mai avuto tempo di dirmi le cose con dolcezza… forse non avevano tempo di farlo in quelle mattine stanche. Mi buttavo subito sotto la doccia in cerca di qualcosa che mi facesse svegliare e che mi togliesse di dosso l’odore del sonno. Mi è sempre piaciuto sveglilarmi la mattina e sentirmi l’odore del pulito da subito.

Mammaaaaaaaaaaaaa??? chiudi l’acqua…

O maaaaaaaaaaaa??? e che cavoloooooo!

Per avere un flusso decente di acqua nessuno dentro casa doveva aprire rubinetti mentre qualcuno è sotto la doccia. Da quando vivo a Roma poter fare una doccia con tantissima acqua mi sembra la vincita di una grande battaglia.

Mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa?????

Marco l’ho chiusooo… smettila!

Questo è l’inizio di tante delle mie giornate da figlio.

Non ho mai fatto colazione con i miei genitori, anche se, come se fosse un rito immancabile sia la mamma che il babbo non ci hanno mai rinunciato, anche a costo di svegliarsi ore prima. Mia mamma mette sempre da parte il “pane raffermo” che immerge elegantemente nella tazzona di latte caldo con il caffè, mio papà è più per latte e caffè… e un altro caffè.

Che palle… ma sempre con il telegiornale la mattina… che noia…

Clik…

Marco, rimetti il telegiornale….

Noooo… fammi vedere i cartoni animati… solo 5 minuti… daaaaaaaaaaaaiiii!

Avevo sempre qualche minuto prima che mio papà smettesse di fare colazione per andare in soffitta a vestirsi con gli abiti da lavoro… eh si perchè mia mamma, da imparanoiata igienista, non ha mai voluto vedere vestiti sporchi entrare dentro casa. Questo è uno dei motivi che spiega la mia paranoia sull’igiene.

Tun tun tun… I miei occhi i intristivano di colpo… Mio papà stava scendendo le scale dalla soffitta per andare.

Marcoooo… ti aspetto giù, faccio riscaldare la macchina. MUOVITI.

Siiiiii arrivo!

Ciao Mamma…

Marco il panino…

Mamma me lo comproooo… non mi piacciono questi, prima della ricreazione si sono già ammollacchiati e poi tutti a scuola ordinano la pizza.

Va bene…. ce l’hai i soldi?

No (Falsissimo… ne avevo sempre un pò)

Tieni prendi questi e riportami il resto (non sarebbe mai successo)

Entro in macchina e mio papa sta cercando in tutti i modi di sbrinare il parabrezza della macchina.

Da noi fa freddissimo… normalmente la mattina ci sono anche -5 gradi.

Papà che puzza…. apri i finestrini quando fumi.

Che rompipalle che sei… sei come tua madre.

Mi è sempre piaciuto ascoltare questa frase… ho sempre avuto una specie di ammirazione enorme per mia mamma. Una donna con una forza incredibile, generosa che ha sempre vissuto la sua vita per la famiglia e per gli altri. Si fa sempre in 4 per tutti e per tutto e si ritaglia veramente poco spazio per lei. Ha messo da parte la sua vita per me e per mio fratello e oggi quando ne parla… mi guarda e mi dice: “lo rifarei mille volte”.

Mio papà? un personaggio senza paragoni. Non l’ho mai capito fino in fondo… e non lo capirò mai.

Una persona a tratti molto divertente, anche se non ricorda mai come finire le barzellette che inizia… che ha una di quelle comicità che capisce solo lui. Resetto… i miei genitori non conoscono la comicità. Un grande lavoratore, che non si è mai lamentato delle difficoltà della vita, nonostante questa all’età di 12 anni li ha buttato in un cantiere alle 6 di mattina rinunciando a tutto ciò che di bello la vita ti può regalare a quell’età. Da lui ho preso la voglia di fare sempre qualcosa. La sera dopo cena, va sempre in soffitta… da quando sono piccolino ha questa passione dei mosaici… ne fa di bellissimi, enormi… spesso fa le mostre per esporli e sono tanto fiero di lui perchè le persone non smettono mai di stupirsi quando vengono a vederli. Purtroppo però io e mio papa non abbiamo mai avuto un bel rapporto, dico bello perchè in realtà non lo abbiamo mai avuto. Non ha mai preteso nulla da me, quella semmai è sempre stata mia madre, eterna insoddisfatta e indecisa.

Mio papa mi ha sempre e solo detto cosa non potevo fare, per il resto mi ha permesso di fare tutto quello che volevo, come lo volevo. Però era anche quello che al 5 liceo mi disse: fra quanti anni vai all’università? o che ai tempi del mio secondo liceo disse ad un suo amico che facevo ancora le medie. Non che avessero importanza queste piccolezze, ma in mancanza di una “guida” potevano quantomeno riempire delle mancanze.

Papaaaaaaaaaaaaaaaaa vai pianoooooooooooooooo!!!!

Mi prendo un caffè…. (come ogni santa mattina.. ecco il secondo rito di mio padre), il bar IMPICCIOT, chiamto così perchè il proprietario, uomo anziano della contrada quando era giovane aveva sempre mille impicci qua e la…!

Papaaa… ma te lo sei appena bevuto a casa…

Siete fatti con lo stampito tu e quella è (mia madre)!!!!

Quella mattina però fu particolare…

Marco, apri il cruscotto e prendi quel blocchetto verde…

Ma quale questo? perchè? che ci devo fare?

Aprilo e leggi la 4 pagina…

In un attimo mi sento tremare qualcosa dentro…

Si apriva al soffiar del vento mattutino
non sapeva che quel sole l’avrebbe riscaldato cosi tanto quel giorno
non sapeva che quella goccia di rugiada sarebbe stata la sua salvezza
ma aveva voglia di gridare alla vita

Non capivo cosa stessi leggendo… a tratti però comincia veramente ad emozionarmi.

C’erano errori di ortografia qua e la… quanche doppia di più, qualcuna di meno. Da li capii che quelle poesie bellissime erano state scritte da lui.

Ero emozionato, imbarazzato… mio padre mi aveva per la prima volta fatto scoprire una parte della sua solitudine apparente.
Avevo scoperto un nuovo mondo in cui andava a rifugiarsi quando voleva veramente ascoltarsi.

Allora? ti piace?

In un attimo, come di scatto mi ritrovai a chiudere di colpo quel quadernino verde… e a riporlo nel cruscotto.
Si belle… e poi tornai ad essere silenzioso.
Non ho mai capito in quel momento perchè reagii così.
Forse perchè non era da lui aprirsi così tanto… mi aveva sempre nascosto tutto di lui, non l’ho mai visto piangere ne parlare di emozioni, eppure non è uno di quei papa giacca e cravatta che parlano solo di cose serie e che sono noiosi.

Da quando sono andato via di casa… finalmente posso farmi una doccia come si deve!
La mattina quando dormo con quello che è la mia famiglia cerco sempre di fare la colazione insieme… forse perchè solo adesso comincio a sentirle l’importanza.
Un giorno, circa un anno fa, mio padre mi chiamò.

Pronto?

Buongiorno amore mio

E’ stato uno dei risvegli più belli della mia vita.

Oggi continuiamo a non parlare molto… e quando lo facciamo smettiamo di farlo dopo un pò prima di cominciare a litigare… io mi innervosisco quando non riesce a ragionare con me… lui invece molla la presa e mi dice sempre: quando torni a casa?

Ho sempre voglia di chiedergli di leggere ancora una volta le sue poesie, ma ho paura di rovinare quella magia. Vorrei solo che sapesse quando ho amato quel momento.

Ti voglio bene babbo.

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Il tempo dei MA

Il piccolo principe ci diceva che ” E’ il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante”. In realtà mi ritrovo continuamente a chiedermi se questo “progetto” ha un termine o se ci richiede continuamente energie.

Sarà che vivo un momento in cui soffro dell’individualismo delle persone e questo mi porta costantemente a vedere contorte una serie di finalità, di comportamenti. La cosa più assurda però è la presa di coscienza di questa posizione in cui decidiamo di infangarci di tanto in tanto.

Da piccolo avevo i miei momenti di ipnosi percettiva, io li ho sempre chiamati cosi. Stai fermo, immobile ed osservi quello che ti succede attorno. Quasi sempre ti senti spettatore di qualcosa che ti appartiene e che vive con te in quel momento ma che hai bisogno di analizzare con una visuale esterna. Come quando ti sentivi sgridare o ricevevi un rimprovero, ad un certo punto il problema non è più subire l’insulto ma incanalarlo nel posto che più ci protegge.

Spesso tendo ad incanalarlo dove più mi conviene, magari in quella stanza serrata con tanto di lucchetto dove ripongo a mò di incastro tutto quello che mi fa stare male. A volte invece mi piace analizzare qualcosa che, solo per pigrizia definirei “inutilmente doloroso” ma che in realtà nascone ciò che di noi conosciamo di meno, “quello che non ci piace”.

Passiamo una vita alla ricerca delle cose che ci piacciono, ma di solito riusciamo sempre e solo a capire e a definire ciò che non ci piace. E’ così facile fare di una persona l’elenco delle cose che non piacciono, eppure ci risulta sempre più difficile ascoltare veramente da dentro quello che ci piace, forse perchè in un modo o nell’altro abbiamo sempre bisogno di un MA!

I miei MA fino a qualche tempo fa avevano tutt’altro significato. Era il MA del bello, della ricerca del bello. Ripensandoci era così facile avere quel Ma, bastava semplicemente credere nell’idea che, nonostante tutto, quel MA mi avrebbe fatto stare meglio e avrebbe dato, a qualcuno o a qualcosa, quella autonomia che serve a sopravvivere.

La sopravvivenza per MA ci rende oggettivamente persone positive, oppure persone accontentabili. La distruzione per Ma ci rende soggettivamente infelici. Il Ma diventa condizione di domanda, o imposizione di risposta.

Inevitabilmente allora mi chiedo: “Se curo la mia rosa per tanto tempo, essa fiorisce, vive, si riscalda con il sole, con il mio amore….” MA lei cosa fa per me? Si fa bella, cresce di me e risponde radiosa, a volte si rinfresca di rugiada o delle mie lacrime. A volte c’è troppo vento e non riesce ad ascoltarmi e comunque resto li a proteggerla. Altre ancora si chiude di notte al calar del sole e rigenera solo ciò che i suoi petali possono contenere mentre io cerco d’odorarla.”

La necessità di specchiarsi in qualcosa di bello è una condizione di esistenza, altrimenti perdiamo la stima di noi stessi. Scelgo di specchiarmi in ciò che coltivo e che curo ogni giorno, in ogni momento della mia quotidianetà. A volte quegli specchi riescono a parlarmi, a volte mi sanno far volare altre ancora mi tengono li davanti e mi fanno sorridere.

Altri specchi però sanno perdere e togliere magia. Quegli specchi in cui la nostra presenza riflessa riesce solo a sfiorare la superficie. Oppure, come direbbe il MA del bello, forse quell’immagine riflessa della nostra dedizione non riesce a tornare indietro perchè quello specchio non rimanda un sorriso. Quello specchio, quella persona non ha tempo. Quella rosa non ha più bisogno di me, perchè sono io a non avere più tempo per lei.

L’individualista vive di tempo, perchè il tempo non gli è mai abbastanza… ritrova tesoro nel tempo concessogli dagli altri.

MA alla fine dei conti, “Gli altri” hanno solo dedicato quel tempo forse perchè hanno veramente bisogno di amare quella rosa, quella rosa che prima o poi però perderà i suoi petali e che non potrà più farli sorridere e tenerli vicini perchè nel frattempo non hanno permesso a quegl’occhi, a quelle mani di sentirsi amati.

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